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sabato 11 maggio 2024

All'Oste non far sapere...

     La proposta del ministro dell’agricoltura per la promozione dei formaggi, a un primo sguardo, parrebbe interessante, anzi, auspicabile. I primi commenti dei giornali sembrano entusiasti. Ma noi, uomini di mondo, ancorché gastronomico, vogliamo capire meglio come possa un ministero imporre o vietare ai ristoranti un piatto, qualsiasi piatto, qualsiasi prodotto, se non in caso di pericoli per la salute. Sono passate alcune settimane e il tiro è stato aggiustato nessun obbligo di introdurre un piatto a base di formaggio, solo un’adesione biennale a delle linee guida tracciate da AFIDOP (Associazione dei formaggi Dop e Igp) e FIPE-Confcommercio.

Partiamo con alcune osservazioni: se si vuole promuovere il formaggio italiano perché rivolgersi a una sola associazione di categoria e non a tutte con una circolare informativa, la strada privilegiata verso qualcuno solleva sempre sospetti di collusione.  I formaggi Dop e Igp italiani sono 55 a fronte di circa 500 tipologie casearie italiane. I marchi a livello europeo hanno privilegi e potenzialità economiche che non necessitano di aiuti. Una politica volta a promuovere i formaggi nostrani dovrebbe muoversi verso quei produttori, spesso piccoli, che solitamente si trovano sulle montagne (Alpi e Appennini) lontani da promozioni istituzionali, le Comunità Montane fanno quello che possono, a fronte di bilanci miseri e nell’assenza quasi totale di bandi promozionali a cura delle fondazioni.

Ci sono poi discriminanti di tipo salutistico, molti non posso consumare formaggi per problemi con il lattosio, altri non li gradiscono punto, il colesterolo aumenta con l’aumento di consumo abituale di formaggi. Poi ancora: la gestione del carrello dei formaggi è complessa e costosa perché la temperatura dev’essere quella giusta e ogni formaggio ne ha una sua, perché il taglio dev’esser sempre fresco, perché un tagliere ne deve contenere parecchi per poterne valorizzare le qualità; per questo servizio serve del personale formato appositamente. Abbiamo visto in molti ristoranti fine dining in questi anni ottimi carrelli alcuni straordinari come al Miramonti l’altro di Concesio. Infatti un’indagine ci dice che il 25% dei ristoranti propone abitualmente una scelta di formaggi.

Quindi che fare? Serve una politica di promozione su tutto il territorio nazionale per far conoscere le centinaia di tipologie frutto di secoli di perfezionamenti, specialmente in quelle zone lontane dalle città, su aree montane e invece di far scendere i formaggi, in prima battuta, occorrerebbe far salire le persone a conoscere un mondo caseario ricco di storia di genti e di animali, di territorio e di sapienzialità. Le provincie andrebbero sollecitate (e finanziate) per interventi propulsivi, ne guadagnerebbe il territorio e il turismo soft, quello rispettoso della natura e dell’ambiente. Io credo che a lungo andare ci sarebbe anche un ritorno economico che ripagherebbe gli sforzi. Spesso il ministro cita la Francia (non succede quasi mai che la Francia citi l’Italia) perché, a suo dire la proposta casearia è molto diffusa, siamo stati molte volte in Francia, non certo nei tristellati ma in piccoli ristoranti, in bistrot e locali simili: laddove ci è stato proposto del formaggio è arrivato su vassoi di plastica in numero di quattro/sei tipologie senza nessuna informazione produttiva o gastronomica.

Ora, abbiamo letto il regolamento che viene proposto ai ristoranti e i nostri dubbi rimangono, per le ragioni suddette e per l’assenza dei prodotti locali. A Bagolino se si aderisse a questo protocollo non proporrebbero più il Bagòss ma il Parmigiano? Non più il Tombea ma il Piacentinu o solamente le due Dop totalmente bresciane? Sono secoli poi che circola il proverbio: al contadino non far sapere quant’è buono il formaggio con le pere, ma a quanto pare, secondo queste linee g
uida neppure al ristoratore al quale si suggerisce l’abbinamento con “composte e/o miele”. Gualtiero Marche nei suoi ristoranti proponeva un pentapiatto con cinque tipologie di formaggi abbinati a cinque tipi di frutta fresca: pere, mele, uva, fragole, fichi secondo stagione. Al proverbio diffuso dai nobili per mantenere la separazione sociale rispondono i toscani: al contadino non far sapere quant’è buono il formaggio con le pere, ma il contadino che non è un coglione lo sapeva ben prima del padrone! Noi insistiamo, e sono ormai vent’anni, per la costruzione della Via Lattea Bresciana e su questa via sono comprese anche le DOP.

Nelle immagini: Robiola bresciana, Tombea, Fatulì,  Bagòss e il carrello dei formaggi al Miramonti l’Altro di Concesio.