Scrivere di cibo,
ricette e menu
Nel nostro
girovagare tra le cucine e i cuochi ne abbiamo viste e lette di tutti i colori.
Saper scrivere un menu da presentare al cliente è una cosa seria. Certo,
direte, non è il mio mestiere e così lo faccio fare a qualcun altro.
Sicuramente si può fare, ma l’altro deve essere un professionista serio e deve
saper comunicare l’estro e l’originalità ovvero, al contrario, la grande
tradizione della tua proposta. Qualche giorno fa un amico, grande chef, mi fece
notare che qualche ristoratore usa malamente il singolare e il plurale, ho
letto, mi disse: “spaghetto alla garibaldina, aria di prezzemolo e cozze
tarantine”. Ma lo spaghetto nel piatto non va mai da solo, quindi è più
corretto “spaghetti”. La mia risposta, un po' ironica, fu: “neanche
il pisello lo servi mai da solo”. Ironia a parte vi sono delle regole che
indicano molto chiaramente come si deve scrivere un menu. Basta leggere il
libro di Auguste Escoffier “Le livre des menus” per venire a
conoscenza dei principi a cui attenersi. Il grande cuoco francese fa molti
esempi, ma per completarne la conoscenza serve leggere anche “Il
gastronomo moderno” di Ernesto Borgarello, il capitolo “Le liste
cibarie” in “L’arte Cucinaria in Italia” del dott. Alberto
Cougnet e il “Lessico di cucina” di Riccardo Hering e Ferruccio
Andreuzzi. Con questi libri potete affrontare il vostro menu l’unico ostacolo è
che sono stati pubblicati dal 1904 (Borgarello) al 1960 circa (Hering e
Andreuzzi) quindi non introvabili ma sicuramente costosi.
Menu è un
sostantivo che ha due significati ben distinti. Il primo si riferisce a quando
la parola serve a indicare l’insieme delle pietanze e delle bevande che entrano
nella composizione di un pasto: è insomma il programma del pranzo o della cena.
La stessa parola “menu” (che potete scrivere anche con l’accento, menù) indica
però anche il cartoncino, più o meno grande, oggi anche un Tablet o una
lavagna, sul quale il programma è trascritto, e un esemplare del quale è posto
accanto al piatto, davanti a ciascun commensale o, nei ristoranti, viene
presentato al cliente dal personale. La prima cosa da conoscere è l’ordine di
presentazione e di servizio delle vivande. Tradizionalmente si intendeva
seguire quest’ordine:
Antipasti freddi
Antipasti caldi
Minestre asciutte o in brodo
Crostacei, molluschi e pesci
Antipasti caldi
Minestre asciutte o in brodo
Crostacei, molluschi e pesci
Piatto di mezzo
Contorni e legumi
Piatto di carne
Formaggi
Dessert
Frutta
Oggi
l’ordine potrebbe cambiare, ma in realtà si tende a semplificare e ridurre le
portate. Alcune regole però sono fisse e spesso ovvie: non si devono ripetere
gli stessi alimenti (vellutata di piselli e piselli al prosciutto), alici nell'antipasto e acciughe nel piatto di pesce, non ripetere i carboidrati:
pasta e fagioli e risotto agli asparagi sono ammessi, come carboidrati, solo il
pane e i dolci, naturalmente.
Scrive
Escoffier: “Il primo dovere di noi cuochi è quello di conformarci ai
desideri dei padroni di casa o dei clienti” oggi si tende, al contrario, a
far prevalere il concetto del cuoco rispetto al cliente. Quelle che Escoffier
chiamava “aberrazioni del gusto” restano tali anche oggi,
facciamo un esempio servire un piatto di antipasto all'italiana composto,
solitamente, da salumi e posto in questo ordine, cioè come antipasto, è un’aberrazione
del gusto, in quanto i salumi, pur buoni che siano, collocati all'inizio sono
un errore gastronomico, ma la tradizione italiana lo impone, quasi. Ho cenato
molte volte con Gualtiero Marchesi a Parma e noi due abbiamo sempre
chiesto che i salumi, straordinari quanto volete, ci fossero serviti come
secondo piatto. Adesso occupiamoci di ortografia, sembrerà strano ma sul menu
appaiono spesso degli errori clamorosi.
Singolare
e plurale
Il
sostantivo si scrive al singolare quando l’oggetto a cui si riferisce non si
serva che come unità, es.: fegato alla veneziana, testina di vitello, lepre in
civet, sella di vitello, coniglio alla cacciatora, gelato, sorbetto, torta…
Si
scriveranno sempre al plurale quei sostantivi di cibi che non si possono
servire come unità es.: lumache alla valtrumplina, sardine di Monte Isola,
piselli alla normanna, fagiolini dell’orto, le uova anche uno solo.
Naturalmente
vi sono sostantivi che possono essere adoperati al singolare o al plurale es.:
sogliola alla Colbert o filetti di sogliola alla Colbert, quaglie alla toscana,
ortolani alla francese, ma filetti di pesce persico.
Maiuscole
e minuscole
L’obbligo
della maiuscola è riservato al sostantivo in capo alla frase, quindi: Spinaci
alla panna, Asparagi alla birbante, ma non all'interno della dicitura come
Sogliole alla Normanna, ma Sogliole alla normanna. Naturalmente è
d’obbligo la maiuscola per i nomi di persona o di località Salsa Roberto,
Tartufi del Piemonte, invece Brasato alla piemontese. Un’altra cosa da
evitare, quando è possibile, è l’attribuzione del piatto. Mi spiego meglio, scrivere
Pollo alla Marengo pare corretto, invece no, corretto sarebbe Pollo della
battaglia di Marengo, perché fino a quel giorno quel piatto non lo conosceva
nessuno, quindi è più corretto scrivere: Pollo Marengo. Anche enfatizzare il
proprio piatto è di cattivo gusto e l’uso improprio delle maiuscole lo
evidenzia ancora di più, si scrive minuscolo perfino il re e il papa. Leggiamo
spesso piatti del genere: Risotto al Prezzemolo, con Coriandolo fresco e
Zenzero Altoatesino. Un altro vezzo è collocare l’articolo all'inizio come: “Il
Risotto alla Piemontese della Zia Rosina” o “La pasta all'amatriciana come la
vedo io” che sfiorano il ridicolo. Un altro ancora è dare al proprio piatto non
il titolo ma quasi la ricetta intera:
“Pancia di vitello
cotta a bassa temperatura,
aria di pomodoro e
polloni di silene,
crema di tabacco
al fumo di abete
e olio essenziale
di pino mugo”
Il
trucco,
lo diceva Marchesi, sta nella semplicità sentite i suoi piatti: Riso,
oro e zafferano; Raviolo aperto; Seppia al nero; Filetto alla Rossini secondo
Gualtiero Marchesi; Dripping di pesce; Piramide di riso Venere; Da Kiev a Kiev;
Quattro paste, Spaghettini al caviale; Rosso e Nero e così via. Per ultimo, mi
raccomando, i vini: leggete le etichette e riportatele uguali: il Bracchetto
non è un vino è un cane, il termine champenoise è proibito, usate metodo
classico, whisky se uno, whiskie se due o più come ci insegnavano a scuola, invece ora le parole straniere restano al
singolare quindi brioche non brioches. Qualcuno qui si stupisce sempre ma è una
regola europea, ecco perché si dice gli euro e non gli euri.
Nelle immagini l'evoluzione del menu







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