Stopa cül, cül dè sicória, cül dè bicér e dè butiglia
Oriana Belotti cuoca sopraffina in quel di Esine, in Valcamonica, ha confezionato una conserva vegetale locale, alla domanda cosa sono? risponde: fondi di cicoria.
La reazione è immediata: io li conoscevo come cüi de secórgia!
Da qui inizia un piccolo dibattito sulla correttezza di alcune parole da usarsi nel linguaggio quotidiano e popolare. Scrive una signora in un post:
- Non sapevo che i nomi dialettali fossero indelicati. Ho sempre pensato che le coloriture del dialetto nel dare i nomi alle cose, ovviamente per chi non si vergogna delle proprie origini e della propria lingua madre, fossero sfumature di vita, persino arricchenti. Quello è il nome che usavano i vecchi, anche dottorati e raffinati, per significare il prodotto. Non c’era sottesa alcuna volgarità in questo. Quella è arrivata dopo con i paesà isticc de la festa.
- Un altro post segnala che una gastronomia locale ha in vendita una salsa detta “brusacül” la signora pensa che sia una licenza poetica, una ricostruzione storica…
Un piccolo dibattito sulle “brutte parole” e sulla ipocrisia che spesso ci sta dietro. Il contrario di giovane è vecchio non anziano o diversamente giovane, vecchio, punto. Ingentilire l’aggettivo non cambia la sostanza, il nullatenente rimane povero e l’indisposto ammalato. E allora guardiamoci attorno e facciamo qualche esempio:
Il re dei salumi parmigiani è il Culatello. Certo questo salume ha un nome imbarazzante, specie se vuole apparire sulla mensa ecclesiastica. Il nome gli deriva da culatta, la parte del maiale dal quale è ricavato ma ecco che scatta l’ipocrisia delle brutte parole, del parlar forbito:
“A Zibello e a Monticelli d’Ongina fannosi ottimi torroni: in molti luoghi, anzi quasi dappertutto si fanno buoni salati... a Zibello si fabbricano egregiamente piano-forti”.
Questa descrizione è di Lorenzo Molossi nel Vocabolario Topografico dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla del 1834. Vi era una certa pudicizia a nominare il culatello; con Folco Portinari, impareggiabile manovratore di lettere e storicista gastronomico, vogliamo ricordare come il termine sia ipocritamente oscurato o con mediocrità sostituito con altri termini, da insane menti perennemente a dieta stretta, almeno nel linguaggio:
“Etimologia classica, benché i glottologi la dicano di basso latino, culus, d’origine indoeuropea, comunque. E se l’usa Catullo perché mai Tommaseo (che scrisse sul suo famoso dizionario: Culo è voce bassa che non dovrebbe mai comparir negli scritti né risonar sul labbro delle persone) vorrebbe impedirmelo?...
È la stessa ragione per la quale sul maggior dizionario della lingua italiana al lemma “callipigio” si legge: “dalle belle natiche”. Venere callipigia, dalle belle natiche? No, sant’Iddio, no: dal bel culo.
Né potrò dimenticare, sul versante opposto, il divertimento e il riso che ci procurò il verso dantesco, celebratissimo per diretto realismo e per efficacia, “ed avea del cul fatto trombetta”. Era la prima volta che si sorrideva leggendo la Commedia. Ma a questo punto non posso nemmeno mandare all’aria tutta l’espressività che lo circonda, certo non a caso ma per intrinseco valore espressivo.
E con segno positivo quando lì, si localizza la sede medesima della fortuna, nell’oggetto sì ma nella sua pronuncia: aver culo, che culo che c’ha ecc... Né avrebbe alcun senso eufemizzare in: che natiche, o: che deretano. Espressioni prive di fortuna.
Non basta, essa è voce ricchissima di derivazioni, metaforiche e non, dalla “culatta” del cannone al “culo” dei bicchieri, fino al “culatello”. Passando per la mosca “culata” e per gli ornitologici passeracei “culbianco” e “culorosso”, entrando in un “cul di sacco”, indossando le “culotte”.
E il Cellini che riporta la battuta di Nicolò Benintendi: “Io ho in culo loro e il Duca...?
D’altronde si provi qualcuno a sostituire “sculettare” con qualsivoglia altra parola; o a rendere con maggiore concretezza la condizione d’esser “culo e camicia”. O di avere “la faccia come il culo”.
Con ciò non vorrei sostenere la tesi (che sarebbe ragionevolmente sostenibile dal me letterato, tesi poetica) secondo la quale la fascinosa “malìa del culatèl” risieda tutta nella sua grassa e morbida pronuncia che rammemora quell’altra, sferica e vietata pronuncia, genitrice e radice, del culo”.
Badate bene, la sostituzione di parole con altre meno “efficaci” si chiama interdizione linguistica impolverata di religiosità e falso pudore, lo spiega bene Nora Galli de’ Paratesi nel suo libro del 1969 “Le brutte parole, semantica dell’eufemismo” e gli fa eco Gomez: “In questo modo, e come risultato di questa connessione di opposizioni, sorge la necessità di produrre, linguisticamente, tutta una serie di parole nuove con cui sostituire i termini proscritti, dissimulando, di conseguenza, le varie situazioni in divieto”. Secondo i linguisti le parole-tabù si distinguono in quattro categorie di forza crescente, oggi queste parole-tabù sono state “sdoganate” sia nel linguaggio comune sia nei mass-media popolari come la TV. Si assiste a un profluvio di parole e atti che fino a ieri non erano neppure immaginati. Vito Tartamella ci fornisce questa spiegazione: “Le parolacce sono frammenti d'una lingua magica, con cui possiamo esprimere profonde verità e libertà, unendo il sacro e il profano. Basti pensare che quando mandiamo qualcuno affanculo facciamo un incantesimo, perché attribuiamo alla parola il potere magico di far avverare un desiderio”.
Occorre quindi distinguere tra azioni come: sfogarsi, il turpiloquio fine a sé stesso, emozioni espresse o indotte. I popoli si sono inventati modi di arginare o mitigare il turpiloquio: ostrega, osteria, madosca, maremma, cavolo, cacchio ecc. oppure, come si usava dire ieri: parlando con rispetto e oggi invece: scusate il francese.
Usare il linguaggio in modo consapevole, non pedante ma neppure artificioso, scopiazzato, lo possiamo affermare noi che ci siamo formati sui testi di Rabelais e Giulio Cesare Croce, raffinati scrittori che non disdegnavano di usare eufemismi o termini espliciti, se lo ritenevano necessario, ecco qualche esempio:
Giulio Cesare Croce in Bertoldo, Bertoldino col Cacasenno (dal tedesco klugscheiβer)
“Tutta la Villa ogn'or di me favella,
Che di bellezza porto in fronte il fiore.
Mi disse l'altro giorno un giovinetto:
Perché non ho tal pulce nel mio letto?”
«Chi piscia sotto la neve forza è che si discopra.»
«Pissa chiaro, indorme al medico.»
«Chi manda la lingua avanti del pensier non ha del saggio.»
Un esempio cinematografico particolare è invece quello dello scambio dialogico tra il maggiore Kruger ed il colonnello Di Maggio (Totò): “Badate colonnello, io ho carta bianca”, afferma solenne il tedesco. “E ci si pulisca il culo!” è la pronta replica dell’italiano nel film I due colonnelli del 1963.
Un proverbio genovese ricorda: dopp’i Santi sü per zü e galeine i strenzu u cü
La Scuola Medica Salernitana XIII secolo: Del finocchio le sementi caccian fuor per l’ano i venti.
Un proverbio bresciano: Mangià come ‘n bò, beèr come n’àsen e pisà come ‘n cà, sé manté l’òm sà!
Usiamo la lingua in modo intelligente perché la cultura è la mentalità di un popolo in una determinata epoca e la lingua è uno strumento liberatorio: semplici intercalari, corpi contundenti, coesivi sociali, marcatori di alterità e molto altro ancora sono le parolacce, come del resto funzionalmente e socialmente variegati sono gli usi dei linguaggi, verbali e no… Addirittura, certe parolacce, usate in certi contesti, diventano indiscutibili complimenti, nel gruppo dei pari: fijo de 'na mignotta tra amici maschi romani vale senz’altro "uomo in gamba e degno di stima, che non si lascia abbindolare da nessuno".
Nelle immagini: Scuola Medica Salernitana, detti e proverbi.




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