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lunedì 30 agosto 2021
venerdì 23 luglio 2021
I surrogati e l’originale
sabato 17 luglio 2021
Vestirsi di latte di mucca e andarne fieri
“Tutti a ridere di gioia partecipando all’ebrezza di
un filo di caseina
sono un latte che ritorna beatamente alla
sua pura mammella
bobina bobina mia, mia, mia
re-si-sten- te”.
Conviene tornare un attimo alla sanzioni contro l’Italia. Da sempre il nostro paese è debitore verso altre nazioni di materie prime che da noi non ci sono o scarseggiano, come, ad esempio, il grano duro per la fabbricazione della pasta, alimento principale della dieta italiana, e tenero per il pane. Il grano migliore, al tempo era quello russo, scatta quindi il messaggio propagandistico di autarchia, cioè cerchiamo di fare da soli e produrre il massimo in proprio. Ecco così la “battaglia del grano”, il Concorso sul tema del pane, tra l’altro vinto da uno studente bresciano: Franco Tadini dell’Istituto Magistrale di Brescia. Dagli anni ‘25 ai ’30 dalla Russia si importano 20-25 milioni di quintali di grano, ancora prima delle sanzioni il problema agricolo di approvvigionamento era pesante. Si rilancia la produzione del riso e si invitano gli italiani ad abbandonare la pastasciutta, Marinett,i con altri intellettuali del tempo, si butta nella mischia al grido: “Abbasso la pastasciutta!” e si stampa, nel 1930, il Manifesto della cucina futurista (a cui seguirà due anni dopo un libro di ricette) che vedrà schierati molti personaggi del periodo. Certo non tutti sono d’accordo, nemmeno tra i fascisti, lo stesso Mussolini non si pronuncia, dalla Liguria giunge una supplica al senatore Marinetti: “Noi siamo d’accordo sul messaggio ma ci lasci, la preghiamo, le trofie, i pansoti, i mandilli de saea…” non sappiamo di proteste tra i napoletani ma forse avranno ignorato il consiglio; la Barilla pubblica sul Corriere una fotografia di Marinetti con la dicitura: “Marinetti dice basta, abolita sia la pasta, poi si scopre Marinetti che divora gli spaghetti!”.
Con le sanzioni la situazione si aggrava e sarà un proliferare di surrogati: cioccolato e caffè, burro e olio d’oliva, carne e pesce. Sarà il trionfo delle uova (per chi le ha), delle verdure e di polpette, polpettoni e ricette “a imitazione di” e le autrici del tempo come Petronilla, Ada Boni e le riviste femminili si prodigheranno in consigli: “per questi tempi eccezionali”.
Quindi torniamo al nostro ingegnere gavardese la sua idea non si esaurisce con la chiusura della produzione di Snia Viscosa. Lanital fu acquistata da un marchio tedesco che ne fece un tessuto di alta moda e così, dopo vari passaggi di proprietà, oggi leggiamo:
“Dopo anni di
ricerche, il team di DueDiLatte ha individuato nella fibra di latte quelle
innumerevoli proprietà che contribuiscono alla creazione di capi di abbigliamento
a basso impatto ambientale, senza però rinunciare all'estetica”.
Antonio Ferretti di Gavardo morirà a Milano il 4 novembre del 1955 con i titoli di Commendatore di San Giorgio, Grande ufficiale della corona e Cavaliere del lavoro, onorificenze all’ingegno bresciano.
Nelle illustrazioni: Lanital Snia Viscosa pubblicità;
Fiera di Milano padiglione Lanital; Racconti di cose belle e buone dei
bresciani; La cucina futurista; Marinetti e gli spaghetti; Ricette per tempi
eccezionali di Petronilla; Due di latte modello.
mercoledì 14 luglio 2021
Questo non è un cuoco

lunedì 12 luglio 2021
Professionalità
e intelligenza, ovvero il customer
Il
connubio del titolo non è scontato, non sempre i due termini viaggiano compatti
e non sempre coincidono con una persona sola. Frequentare ristoranti, bar,
pasticcerie, osterie e pizzerie ma anche uffici pubblici e privati che svolgano
il cosiddetto front office richiede una serie di conoscenze che non
tutti possiedono e qualcuno ne travisa il senso. In generale si chiamano
diritti e doveri, e competono sia a chi svolge un servizio pubblico sia a chi
ne usufruisce. L’obiettivo di tutti questi servizi è quello di soddisfare la
clientela, limitando al massimo qualunque problema dovesse presentarsi. Dal
lato opposto, quello dell’utenza, vi sono diritti e doveri che devono collimare
con la funzionalità del servizio. Ad esempio: rispettare la coda negli uffici;
evitare di alzare la voce o di parlare al telefono come se tutto il mondo debba
venire a conoscenza degli affari vostri; parcheggiare in modo corretto senza
intralciare niente e nessuno; prenotare sempre, quando è possibile, e
aggiornare gli eventuali cambiamenti (aumento o diminuzione di partecipanti, annullamento
della prenotazione, probabili ritardi); far notare, cortesemente, al/alla responsabile
del servizio eventuali incongruenze; lasciare il bagno in condizioni più che
accettabili (la nonna diceva: non lasciare mai segno del tuo passaggio, specialmente
in cucina e nel bagno!).
Vediamo ora
cosa aspettarci dal ristoratore professionista. Le prime impressioni
che riceve il cliente sono fondamentali per accreditarvi fra i locali da
frequentare: il sorriso di accoglienza del personale di sala o addetto a questo
compito; l’aspetto dei bagni; l’accuratezza con cui avete accolto la sua
prenotazione. Una giusta distanza tra i tavoli serve a permettere l’adeguata
privacy alla clientela. Se decidete di accogliere la clientela con uno
stuzzichino accompagnato da un piccolo bicchiere di vino chiedetene il permesso,
dite di cosa si tratta e, non mettetelo nel conto perché nessuno ve lo
ha chiesto. Presentate le vostre proposte scritte sopra un cartoncino, anche
semplice ma pulito oppure se ci tenete compilate e tenete aggiornato un menu
più complesso e presentatelo al tavolo. Una carta dei vini può essere utile se
continuamente aggiornata tale da non costringere il cliente a cambiare
continuamente la scelta a fronte di un addetto ai vini che: “spiacente ma
questo vino è finito, quest’altro è di un’altra annata” ecc. Non
presentate una “bibbia” monumentale solo per dimostrare l’ampiezza della vostra
proposta, sarebbe controproducente e non riuscireste a gestire con facilità la
vostra cantina. Scrivete con chiarezza le vostre proposte in modo da evitare
troppe e approfondite spiegazioni all’addetto/a al servizio di sala, ma nel
caso che il cliente ne chiedesse siano fornite in modo preciso e possibilmente
conciso. Fate in modo che sul menu prevalga il piatto, non il prezzo,
per evitare che il cliente sia distratto da quest’ultimo aspetto. Se volete
fate un menu uguale, di cortesia, senza prezzi, da presentare alla signora ma
non è indispensabile. Prendete la comanda in modo da permettere alla cucina di
organizzare il servizio, specialmente se il piatto è preparato “espresso”. Nel
menu posizionate le vostre migliori proposte a media altezza e, se avete
compreso il/la cliente, permettetevi qualche suggerimento, nell’interesse
del cliente, non della cucina (se le due cose coincidono ancora meglio). Informatevi
subito di eventuali allergie o preferenze. Non create imbarazzo in
nessun modo, né con atteggiamenti, né con battutine, non ascoltate le
conversazioni e mantenetevi a giusta distanza in modo da intervenire
prontamente in caso di necessità- Di fronte a una lamentela cercate l’immediata
soluzione, se possibile, o proponete qualcosa di alternativo senza metterlo nel
conto e se per qualche motivo lo farete, avvisate subito il cliente evitando
sorprese e recriminazioni. Se l’acqua San Pellegrino è salata (perché è
salata!) dovreste averne un’altra tipologia da offrire in alternativa; se il
vino sa di tappo la colpa non è vostra né del cliente, verificate e cambiate la
bottiglia, vi rifarete poi sul produttore. È capitato pochi giorni fa in
una grande pasticceria bresciana molto blasonata che si sia servita dell’acqua,
richiesta dal cliente, non accompagnata dal relativo bicchiere. Chissà quale
ragionamento ci fosse dietro non si è riusciti a capirlo ma è un errore grave.
Anche quando servite la birra in bottiglia offrite sempre il bicchiere adeguato
e spiegate, cortesemente, che la potranno gustare al meglio con la sua schiuma naturale.
Evitate, se possibile (a meno che non vi troviate in Piemonte) di far
trovare nel cestello i grissini confezionati, il risultato saranno buste
vuote lasciate sul tavolo e poca propensione a gustare la vostra proposta
rovinata dall’ingozzamento di grissini. Naturalmente se richiesti si porteranno,
magari non confezionati e poco salati.
Se in sala avete un giornalista
di critica enogastronomica evitate salamelecchi e sperticati
ringraziamenti, il vero critico non si fa riconoscere (se possibile) e si
comporta in modo da non intralciare il vostro lavoro.
I vini serviteli alla giusta
temperatura, non troppo freddi i bianchi, non troppo caldi i rossi,
specialmente quelli giovani e
spumeggianti (temperatura ambiente non vuol dire 35 gradi all’ombra). Se cade
un tovagliolo affrettatevi a raccoglierlo e sostituirlo.
Giunti alla fine del piatto
principale si può offrire (dopo aver liberato il tavolo da tutto ciò che
ingombra: dessert significata togliere tutto) una carta dei dessert
accompagnata da una proposta enologica adeguata. Il dessert non è composto da
soli dolci ma anche da formaggi, se possedete uno o più carrelli appositi avvicinateli
al tavolo per operare le scelte. Dimostrate, anche in questo caso
professionalità e competenza, con consigli di consumo e di abbinamento.
Insomma, tenete tutto sotto controllo e dimostratevi all’altezza del vostro mestiere, ne avrete benefici, guadagni adeguati e riconoscimenti professionali al di là e al di fuori di medaglie, stellette, cappelli, pensate alla clientela e alla vostra meravigliosa professione.
Nelle
immagini: il libro di Roberta Schira; lo stile nella vita e a tavola; l’arte
del servizio; l’arte della cucina e il piatto decorato; come apparecchiare la
tavola.
sabato 29 maggio 2021
È l’ora del rilancio, adesso o mai più
Finita, o quasi, l’emergenza pandemica (ma occorre usare ancora prudenza), bisogna pensare al rilancio. Inutile recriminare, bisogna rimboccarsi le maniche. L’Italia è uscita da tante guerre, uscirà anche da questa. Abbiamo un’occasione storica: Brescia-Bergamo città della Cultura 2023. Qualcosa si sta muovendo, Comune Bs, CCIAA Bs, ARTHoB, e qualche Comunità Montana. Non facciamo l’errore di muoverci in ordine sparso, qualcuno suggerisce di guardare a Parma. Io so come si sono mossi i parmigiani: hanno individuato le migliori menti locali sulla enogastronomia, turismo, cultura e creato una cabina di regia. Anche noi dobbiamo procedere in questo modo. Brescia ha bisogno di un rilancio turistico forte, denso di idee nuove, un portale dedicato. Il tema della enogastronomia, che mi è più confacente, mi solletica e mi dice di raccontarvi e lanciare alcune proposte che da anni sono sul tavolo. La mia esperienza a Parma racconta che là risultano aperti dal 2002 in poi ben 8 Musei del Cibo (Prosciutto di Parma, Parmigiano Reggiano, Pomodoro, Salame di Felino, Culatello di Zibello, Vino, Pasta, Fungo di Borgotaro). I musei sono tutti in rete e diretti a livello centrale e coordinati da un gruppo di lavoro. La mia esperienza mi dice che un buon lavoro da buoni frutti, e noi bresciani di buoni frutti ne abbiamo molti ma tendiamo a sottovalutarli. Non c’è bisogno di grandi studi per capire che l’attrattiva turistica più forte sono il cibo e il vino, anche solo perché con essi bisogna confrontavicisi almeno due volte al giorno. La provincia bresciana è ricca di prodotti di alta qualità ma fatica a mostrarli. I consorzi di tutela spingono per valorizzare l’intera filiera, faticano a distinguere gli apici della produzione. Nel nostro territorio svolgono la loro attività ben tre Consorzi DOP (Grana Padano, Nostrano Valtrompia, Silter) dedicati ai formaggi. e una serie ben nutrita di Consorzi Vinicoli. Svolgono la loro attività anche Associazioni di Agricoltori e Contadini, Slow Food, e altri con finalità diverse. Sopra tutti, le Istituzioni: la Camera di Commercio, la Provincia di Brescia, il Comune capoluogo con i suoi 200 mila abitanti. A queste possiamo aggiungere le associazioni sindacali di categoria Confesercenti, Confcommercio e Confartigianato e così via. Tutte associazioni che devono tutelare e lanciare o rilanciare le proprie categorie. Non si può di certo affermare che non si sia fatto nulla, anzi ho visto in questi anni molte attività e proposte di ogni genere, alcune anche molto intelligenti e curate. Manca però, secondo me, una cabina di regia, un centro propositivo, un luogo dove le varie attività siano incanalate in un progetto o una parte di un progetto più grande che permetta una visione d’insieme narrabile.
“Il settore
dell'enogastronomia rappresenta ormai
da tempo l'Italian lifestyle, è un vantaggio per i Paesi che imitano
il nostro stile e
le nostre produzioni ma anche un punto di forza per
implementare l'attrattività turistica
italiana”. Questo scriveva Erica Croce già dieci anni fa.
Propongo alcuni percorsi con tipologie d’’intervento che
possono essere diverse.
La seconda: Strada dello Spiedo Bresciano. Anche qui
non mancano i riferimenti alle nostre tradizioni, la caccia e l’industria
armiera. Senza ipocrisie: questo è il nostro percorso storico durato molti
secoli. Non solo i bresciani hanno consumato animali cacciati, pensate ai
toscani o ai sardi, ai veneti e agli abruzzesi, tutti i popoli erano costretti
per fame a procurarsi in qualche modo il cibo. È nata, da noi, la cultura dello
spiedo, un metodo antico come il mondo che da noi ha avuto un’evoluzione anche
artigianale. Pensate agli artigiani (quasi degli orologiai) che costruivano le
macchine da spiedo ispirati anche da Leonardo da Vinci con la sua macchina a
fumo e contrappesi. Sgomberando il campo dalla presenza o meno degli uccellini,
possiamo sostenere tranquillamente che la tradizione non è morta con il divieto
di consumo in luoghi pubblici, perché il cacciatore corretto, può consumare
tranquillamente il frutto della sua caccia con la famiglia e gli amici. Dello
spiedo la cosa più importante è la capacità di unire carni diverse e portarle a
cottura alla perfezione, lentamente e con le braci di legna. Questa peculiarità
e sapienza artigianale vanno tutelate non l’evoluzione naturalistica e
ambientale del prodotto. La capacità di scegliere le carni giuste, i volatili
tagliati alla perfezione, le eventuali patate secondo la zona, il dosaggio
delle braci, la salatura, il condimento e un tempo di cottura adeguato, la
posizione delle stecche sulla macchina, la distanza tra le carni e il calore.
La capacità di capire la differenza tra una cottura in un tamburo o davanti al
camino, qui sta la sapienza del cuoco o della cuoca. Promuovere lo spiedo in
quelle zone che storicamente lo propongono è promozione di territorio
esattamente come la Via Lattea Bresciana. L’insistere sulla qualità delle
carni, delle patate, del burro e di quello che si usa nella cottura significa promuovere
una rete di produttori di qualità. Lo spiedo non è tale se non è accompagnato
da un vino bresciano, così il cerchio gastronomico si chiude. La proposta non
vuole sollevare perplessità ma sottolineare una peculiarità tutta bresciana.
La terza: è il piatto della festa per eccellenza, i
casonsèi bresà. Anche qui le varie zone della provincia hanno espresso la
loro visione e il loro gusto. Credo che poche provincie possano vantare una
varietà di paste ripiene come quella bresciana. Solo i nomi fanno girare la
testa da qui alla Sardegna:
Vogliamo parlare della loro composizione, o dello spessore
della pasta, o del condimento o, se preferite della forma. E’ un caleidoscopio
gastronomico che tocca tutta la nostra provincia. Ebbene, nel 2018 alla in
occasione del 70° della Fiera di Orzinuovi è stato lanciato il Concorso
Provinciale dei Casoncelli Bresciani. La partecipazione è stata ampia nelle tre
categorie proposte: giovani, privati e professionisti e il risultato
dell’assaggio dei prodotti partecipanti ha dimostrato la vitalità di un piatto
molto sentito dai bresciani e protagonista di tante Sagre del nostro
territorio, dalla Bassa alle colline, dal lago alle Valli abbiamo potuto
constatare le peculiarità e la differenza nelle varie interpretazioni. Inutile
dire che anche con i casoncelli si toccano produzioni di materie prime di
qualità, dalle carni ai formaggi, dal burro ai vari ingredienti proposti.
Riprendere il concorso, portarlo nell’ambito cittadino e dedicargli una
manifestazione mi sembra d’obbligo se teniamo alla nostre tradizioni culinarie.
Chiudiamo con l’auspicio che “chi di dovere” accolga queste
proposte e le usi per un rilancio della nostra bella provincia, e buna fés.
Nelle illustrazioni: Via Lattea Bresciana, Strada dello Spiedo Bresciano, tipologie di casoncelli, i casoncelli bresciani






































