Un po' di nostalgia: le osterie di un tempo
Abbiamo un po' di nostalgia, certo, ma non siamo nostalgici, ci rendiamo conto che i
tempi sono cambiati ma permetteteci, in questi tempi di riflessione, di
ricordare quei posti di grande socialità che erano le osterie.
L’osteria
non è solo quel luogo dove andare a bere un bicchiere di vino, è qualcosa di
più. Intanto il vino va bevuto con gli amici, mai da soli, questo indica un
primo grado di socialità. Fondamentale in questo locale la figura dell’oste
(maschio o femmina che sia), una figura complessa, capace di coinvolgere, far
socializzare, ascoltare anche le più intime confessioni, che, se è di statura
morale ben salda, terrà per sé. L’osteria, come il caffè, è anche lo specchio
della società dove le contraddizioni sono evidenti, e nell’osteria come nel
caffè, possono nascere alleanze politiche e sindacali. Legami tra coloro che
sono scontenti delle istituzioni, del potere, dell’usurpatore possono diventare
nell’osteria compagni di cordata e alleati. Sono nati spesso sui tavoli
dell’osteria piani di ribellione ai potenti, Tito Speri ha progettato i suoi
piani insurrezionali antiaustriaci in numerose osterie, anche bresciane.
Jacques
Le Goff ricorda: “Nella città come nel villaggio, la taverna è il centro
sociale per eccellenza. Siccome si tratta generalmente di una taverna banale,
appartenente al signore, dove il vino o la birra sono per lo più da questi
forniti e tassati, il signore ne favorisce la frequenza. Il curato invece tuona
contro questo centro del vizio, dove il gioco d’azzardo e l’ubriachezza hanno
libero sfogo e fanno concorrenza alle riunioni parrocchiali, alle prediche,
alle funzioni religiose”. Gli avventori e frequentatori abituali erano
guardati con sufficienza dai nobili e dai borghesi, le differenze di classe
erano evidenti. L’osteria quindi è il luogo della cultura operaia e
artigianale, transito dell’emarginazione e della criminalità, sede offerta alla
politica del lavoro e all’eversione, è, per chi vi opera come per chi se ne
tiene lontano, la scena di ogni dramma sociale. I socialisti erano detti “ciucialiter”
d’altronde l’unico locale disponibile ad ospitare una sezione politica
proletaria era l’osteria. Dopo la Grande Guerra uno slogan di Filippo Turati,
socialista, era “libro contro litro”, per arginare un fenomeno diffuso.
Osteria
è storia.
L’anagramma di Gianni Mura è lì a ricordarcelo, qui trovano il luogo ideale i
canti popolari, più o meno oltraggiosi, più o meno rispettosi, più o meno
rivoluzionari. È la sede della tutela e propagazione del dialetto, della
salvaguardia dei giochi popolari. Attraverso il dialetto si sono espressi tanti
letterati di estrazione borghese o popolare ricordiamo solo i bresciani Angelo
Canossi, Aldo Cibaldi e Angel Albrici. Fra qualche decennio ci sarà ancora
qualcuno che saprà giocare a briscola o a tressette utilizzando quei segni di
motilità facciale che usavano i nostri nonni? Si giocherà ancora alla morra o
alle bocce? Il duro lavoro dei campi, delle miniere, della cave era stemperato
con l’energica partita a bocce che aiutava egregiamente anche la digestione
dello spiedo.
Ecco,
il cibo, anzi il cibo e il vino. L’osteria non è certo la sede ideale per
una mangiata principesca, anche se “Alle chiaviche” di Borgo Poncarale si
potevano incontrare nobili europei e arabi con le loro odalische come racconta
Paolo Pietta. Renzo Tramaglino si accontenta di poco, il Gatto e la Volpe
invece sono più voraci. Io ricordo ancora un ottimo coniglio arrosto consumato
in un’osteria del Carmine. In provincia, specialmente in Franciacorta e in
Valsabbia, la domenica era di rito lo spiedo. Sentite l’Albrici:
“Sö
le brase gira ’l spét,
che bun’aria profömada
nissü i passa per la strada
che resiste a vègner dét,
miga sul che per la sét”.
che bun’aria profömada
nissü i passa per la strada
che resiste a vègner dét,
miga sul che per la sét”.
Hans
Barth nell’epilogo del suo libro “Osteria, guida spirituale delle osterie
italiane” del 1909 così esordisce: “Questo libro è un camposanto
seminato di croci. Un camposanto di
illusioni e di… osterie”. Noi che apparteniamo a una generazione (ahimè)
che ha visto all’opera gli osti e le ostesse, ha frequentato i licinsì come Cà
d’Abramo e Genio a Mompiano, abbiamo consumato gli spiedi di Anna alla
Campagnola di Salò, quelli del “Neghèr” di Gussago o di Graziella a Treviso
Bresciano. Noi, dunque, sappiamo che all’osteria non ci sono solo gli spiedi ma
anche i pesci dei laghi di Garda e d’Iseo, con grandi fritture di aole
(alborelle) trote di lago e quei carpioni di cui piangeva, nel 1828, Heinrich
Heine:
“Restare senza
carpioni è una disgrazia, la più grande dopo quella di perdere la coccarda
nazionale. Ahimè, a che serve il lauro quando è scompagnato da carpioni?”.
La
miseria, la fame sono rispecchiate bene nell'osteria che diventa un bacino di
raccolta delle lamentele, spesso accorate come questa di Berto Barbarani poeta
veronese:
"
Fulminadi da un fraco de tempesta,
l'erba
dei prè par 'na metà passìa,
brusa
le vigne da la malatia
che
no lassa i vilani mai de pèsta;
ipotecado
tuto quel che resta,
col
formento cha val 'na carestia,
ogni
paese el g'à la so agonia
e
le femene un pelagroso a testa!
Crepà
la vaca che dasea el formaio,
morta
la dona a partorir 'na fiola,
protestà
le cambiale dal notaio,
una
festa, seradi a l'ostaria
co
un gran pugno batù sora la tola:
"Porca
Italia" i bastiema: andemo via!”
Allora
è tutto perduto? Un giorno di marzo
del 1990 a Samboseto (PR) un gruppo dirigente di Arcigola si ritrova ai tavoli
della più grande trattoria italiana, ormai chiusa da anni, e di fronte a
Peppino Cantarelli, il vecchio titolare, dibattono sul tema “Osterie”. Ci si
accorge che quei locali che noi settentrionali abbiamo in testa corrispondono,
con altri nomi, ad altri di tante zone italiane. C’è chi la chiama cantina, chi
fiaschetteria, hostaria, bottiglieria, taverna, bettola, crotto, grotta,
bàcaro, furàtola, magazeno, trani, malvasia, pizzeria, mescita, gargotta, ma
anche bistrot, brasserie, gasthaus, pub, ecc.
Nomi diversi con
lo stesso obiettivo, rinfrancar lo spirito, dove, per noi italiani, lo
“spirito” era il vino. I partecipanti alla riunione si rendono conto che indagare
il fenomeno “osteria” poteva essere un riscatto identitario e se in quel luogo
ci fossero prodotti locali, cibi e vini, di riconosciuta tradizione e qualità,
allora bisognava assolutamente prendersene carico. Parte la ricerca e a
novembre il risultato è un elenco di 800 locali per cui vale la pena
soffermarsi. Inizia da qui “Osterie d’Italia, sussidiario del mangiarbere all'italiana” una “guida” che riscuote ancora oggi tanto successo.
E
a Brescia?
Chi, come me ha molti anni sulle spalle, ricorda le due osterie che dividevano
in fazioni i bresciani: la Grotta e il Frate. Di qua i ragazzi del Classico, di
là quelli con l’eschimo. Di qua il Lacryma Christi, di là i fagioli con le
cipolle. Poi ancora l’Antica Lelia, il Cantinone del Carmine, la Buca della
stazione, in collina Citrìa (“ci trìa lei dottore, ci trìa lei che io non ci
vedo” così si racconta l’origine del nome), il Brentatore. Il Pappagallo e il
Pappagallino, Topolino, il Bianchi (la sua trippa), l’Osteria del Gas, il
Zuavo, le Due Stelle (che baccalà, ragazzi). In provincia la Rossa a Desenzano,
il Cantinone (ricordato anche da Barth) e la Crocetta di Salò, gli Angeli di Gardone Riviera, la Stella a
Montichiari, l’Artigliere a Gussago, la Gina e il Sindic a Rovato, il Sole a
Clusane, la Colombina a Gambara (regno del Clinto), il Miramonti a Caino (che
spiedi!). Ora raramente ritroviamo quel clima, ma alcuni si sforzano di
riproporre l’ambiente (oggi più pulito) e i piatti di un tempo. Lo spiedo
davanti al camino lo troviamo ancora all’Antico Sole di Botticino, le polpette
da Maurizio alla Villetta di Palazzolo, il pesce di lago, anche il carpione
talvolta, alla Locanda Benaco di Salò, le erbe di montagna da Lamarta di
Treviso Bresciano, i casoncelli alla Stella di Longhena e via sperando.
Chiudiamo fiduciosi
con un “Ci vediamo da Mario, prima o poi”.
A seguire: il gioco delle osterie bolognesi di Metelli (XVII sec.), interno di osteria, l'Osteria del tempo perso ai Castelli Romani, un'osteria della Bassa Bresciana
A seguire: il gioco delle osterie bolognesi di Metelli (XVII sec.), interno di osteria, l'Osteria del tempo perso ai Castelli Romani, un'osteria della Bassa Bresciana




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